Cari Amici,
c’è una immagine, scomoda, che mi torna spesso alla mente in queste settimane. È l’immagine dell’inaugurazione del mandato di Donald Trump. Personaggio che fa discutere e che ha avviato il suo secondo mandato all’insegna della rivoluzione.
Capiremo da qui a qualche mese che piega prenderanno gli eventi. Certo, fra dazi, abbandono dell’Europa e nuovo ordine geopolitico mondiale, il 2025 si presenta denso di nubi. Vedremo.
Ma torniamo all’immagine. In piedi, di fianco a lui in Campidoglio, eccoli lì schierati: Jeff Bezos, Mark Zuckenberg, Elon Musk e poi i rappresentanti di Apple, di Microsoft... a occupare gli scranni che solo qualche anno fa ospitavano i rappresentanti delle grandi industrie americane – General Motors, Ford, General Electric – e delle grandi banche come Goldman Sachs, JPMorgan.
Oggi, invece, ad accompagnarlo c’è un gruppo di ex ragazzi – startuppari diremmo noi – che rappresentano la forza americana nel comparto digitale. Quasi a ricordarci che sì, il mondo cambia, e che l’America cambia con lui. Anzi, è l’America che lo fa cambiare. Piaccia o no, è un fatto. Fra le 10 imprese più grandi a livello mondiale, 7 sono aziende americane. In ogni epoca. Era così negli anni 70, è così oggi. L’innovazione è americana. E per anni si è nutrita del trasferimento tecnologico dal mondo della difesa a quello delle applicazioni civili. Poi è arrivato il digitale, e le innovazioni sono derivate dai settori civili seguendo il percorso inverso. Un esempio: i satelliti NASA li manda in orbita Space X, azienda privata nata nel settore automotive e poi ramificata in tanti ambiti, fra cui quello aerospaziale. Temo vedremo ripristinato il flusso originario, in cui i venti di guerra pompano risorse enormi ai comparti della difesa. Anch’essi sono cambiati.
La guerra non si combatte più solo in aria, terra e mare, ora il conflitto è esteso anche a un altro campo di battaglia: il Cyberspazio.
E quindi il mondo si trasforma. Nel bene o nel male, innova. E chi rimane indietro, semplicemente, muore.
Lo abbiamo detto a Verona. Innovare non è un vezzo, è l’ingrediente essenziale per permettere alle aziende di continuare a competere nel tempo. Altrimenti la fine è inevitabile.
L’Italia è un Paese che ha saputo innovare prima e meglio degli altri per molto tempo. Oggi, forse, ci siamo un po’ rilassati, pensando che forse ci bastava poter comprare prodotti realizzati da altri. Sappiamo come è finita. La globalizzazione ci ha illuso ma la realtà, contrariamente a quanto pensava Francis Fukuyama nel suo saggio “La fine della Storia e l’ultimo uomo” (dato alle stampe subito dopo il crollo del blocco sovietico), è che la storia non è finita affatto. I Paesi continuano a confrontarsi su risorse e innovazione. Chi ha più risorse, chi è in grado di innovare, vince le guerre e prospera. Gli altri perdono.
E attenti: negli ultimi quattro secoli hanno cessato di esistere imperi e regni potentissimi e millenari. La nostra giovane Repubblica ha ancora le ossa molto fragili…
E noi che facciamo? Beh. Dobbiamo ragionare se, dopo aver imparato a osservare i fenomeni interni delle nostre aziende e ad anticipare i guai che arrivano dai cambiamenti esterni, ci sia un ruolo diverso e più attivo dei CFO nel campo delle innovazioni. In che misura questo CFO, ormai enlarged, che abbiamo costruito sia in grado di dare il suo contributo ai processi industriali delle aziende. Non da osservatore ma da attore.
Ne parleremo tanto nei prossimi mesi.
Agostino Scornajenchi
Il documento correlato è riservato ai Soci ANDAF, per consultarlo si prega di effettuare il Login