Survey ANDAF & Laboratorio Private Equity e LBO – SDA Bocconi

Summary ANDAF e il Laboratorio Private Equity e LBO della – “SDA Bocconi” hanno realizzato la prima ricerca empirica finalizzata ad analizzare la capacità delle imprese di accedere al mercato dei capitali. Hanno risposto al questionario 100 aziende, di fatturato superiore ai 10 milioni di euro, aderenti ad ANDAF ed estremamente diversificate da un punto di vista settoriale, dimensionale, geografico e di assetto proprietario. Oltre ad una fotografia della realtà a livello microeconomico, la survey rappresenta un punto di partenza utile per tracciare l’evoluzione futura della capacità delle aziende italiane di accedere ai mercati finanziari attraverso rilevamenti periodici regolari. La ricerca ha permesso inoltre di individuare concrete iniziative che gli operatori potrebbero perseguire per migliorare il grado di fiducia reciproca. La ricerca ha evidenziato come il contesto di mercato attuale sia decisamente più difficile a causa della crisi economica. La gran parte delle aziende ha subito negli ultimi tre anni significative contrazioni di fatturato e redditività. Le imprese marginali hanno chiuso. Si è assistito a un progressivo processo di consolidamento ad opera dei market leader. Le strategie competitive delle aziende che hanno superato la crisi tendono a privilegiare una crescita organica e la difesa di quote di mercato, più che aggressive acquisizioni sui mercati internazionali. Appare evidente una crescente consapevolezza circa la necessità di “cambiare passo” e avviare un rafforzamento sia finanziario che manageriale che permetta di affrontare meglio le sfide dei mercati globali. Da un punto di vista finanziario, le imprese del campione ANDAF dimostrano un atteggiamento mediamente prudente, con uso di gradi di leva finanziaria contenuta, un mix di fonti bilanciate fra medio e lungo termine, e con un costo del debito storicamente attestato su livelli abbastanza gestibili. Si conferma invece la tendenza a lavorare con più banche. Tale pratica non viene per altro contestata dal sistema bancario che vede, in questo senso, una naturale e sana diversificazione del rischio di portafoglio. Per ciò che riguarda le condizioni di accesso al credito, la richiesta di garanzie resta una prassi molto diffusa fra le banche, soprattutto nei confronti delle aziende più piccole o a conduzione famigliare. I flussi di cassa vengono richiesti sempre più di sovente, ma tendono ad essere valutati quasi più come un compendio informativo, mentre l’andamentale e il monitoraggio delle informazioni derivante dalla canalizzazione dei flussi finanziari pesano molto di più sulle decisioni di lending delle banche. Fanno parziale eccezione solo le aziende di dimensione maggiore o quotate, nei confronti delle quali l’enfasi tende a spostarsi sul posizionamento nel mercato e sulla capacità di generare flussi di cassa sufficienti a ripagare i finanziamenti e a sostenere la crescita. L’uso dei covenant è una pratica ancora non particolarmente diffusa, soprattutto sulla fascia che riguarda le PMI. Quando utilizzati, i convenant tendono a limitarsi ad indicatori relativamente poco sofisticati (ad esempio il rapporto Posizione Finanziaria / Mezzi Propri) e testati solo con cadenza annua all’approvazione del bilancio, pratica abbastanza discutibile e soprattutto tardiva. Il rapporto banca – impresa, pur giudicato dai CFO come generalmente buono (28%) o in linea con le attese (54%), ha subito un peggioramento nel corso degli ultimi 3 anni secondo un terzo degli intervistati, a causa di una serie di ragioni, sia di natura oggettiva che qualitativa. Fra le prime si segnala in particolare come il livello di soddisfazione per i rapporti banca – impresa sia direttamente correlato (nel senso che tende a muoversi posivitamente) a delle variabili indipendenti quali: - Le dimensioni aziendali. Maggiore è il giro d’affari dell’azienda e migliore tende ad essere il rapporto banca - impresa - Il livello di redditività storico dell’impresa. Livelli di redditività più elevata sono associati a un rapporto migliore con gli istituti di credito - L’ubicazione geografica della società. Aziende basate al nord hanno un accesso al credito relativamente più agevole di quelle basate al centro e al sud - L’assetto proprietario. Al passare da aziende famigliari a quotate / participate da fondi e filiali di multinazionali i rapporti con il mondo bancario tendono a migliorare. Fra le variabili più di natura qualitativa si segnalano invece: - Livello di preparazione professionale del gestore bancario - Livello di soddisfazione per il rapporto servizio offerto / costo dello stesso. In entrambi i casi, la correlazione è ovviamente positiva nel senso che al migliorare del livello di preparazione del gestore e/o del servizio reso dall’istituto tende a migliorare anche la relazione fra banca e impresa. E’ da notare invece come, al crescere della percentuale di giro d’affari originata all’estero, tende a crescere il grado di insoddisfazione nei confronti del sistema bancario. Ciò sembrerebbe suggerire che gli istituti italiani per cultura, scelte organizzative e tipologie di servizi offerti non sono ancora pronti ad accompagnare le aziende che esportano o decidono di aprire sedi produttive e commerciali nei mercati internazionali. La survey evidenzia poi come altre variabili siano tendenzialmente correlate a livelli di maggiore conflittualità fra banca e impresa: - Strutture finanziare più tirate o sbilanciate eccessivamente sul breve termine, ma anche ricorso sistematico ai covenant, nonchè frequenze di testing degli stessi più ravvicinate sono generalmente associati a rapporti più tesi con le banche - Allo stesso modo, un impatto più pesante della crisi economica o giudizi di relativa inadeguatezza organizzativa e finanziaria dell’azienda sono tendenzialmente associate a rapporti più conflittuali con le controparti bancarie. E’ curioso e in parte controintuitivo notare come aziende che stanno valutando interventi di rafforzamento a livello di struttura patrimoniale vivono spesso rapporti tesi con le banche. Questa osservazione è probabilmente spiegata con il fatto che l’imprenditore decide di ricapitalizzare solo come ultima scelta e solo dopo innumerevoli pressioni da parte del sistema creditizio. Il punto di vista dei responsabili finanziari è stato poi integrato con il punto di vista degli operatori del credito attraverso una serie di interviste on the field con manager del settore bancario. Appare evidente come il consensus in merito all’outlook economico per il 2012 sia particolarmente difficile a causa della crisi dei sovereign che sta facendo lievitare verso l’alto il costo della raccolta per i gruppi bancari. Questi sviluppi, uniti alla difficoltà di procedere alla raccolta di nuovi capitali di rischio, stanno spingendo le banche a ridurre gli attivi e l’offerta di credito. E’ inevitabile che tali conseguenze si trasmettano progressivamente all’economia reale, rallentando la crescita o contribuendo anche a creare le condizioni per una nuova recessione. Le difficoltà macroeconomiche, a detta del mondo finanziario, hanno tuttavia sortito un effetto positivo, creando da un lato la consapevolezza nelle imprese che l’indice di rating assegnato dalla singola banca è il punto di partenza di qualunque decisione di lending e dall’altro che il credito è divenuto una risorsa scarsa e, come tale, più cara. Le banche ritengono inoltre ci sia una maggiore capacità di “fare sistema”. Le interviste ai manager bancari hanno permesso di individuare con chiarezza come dimensione aziendale, redditività storica ed assetto proprietario siano variabili capaci di influenzare in modo significativo la capacità delle imprese di accedere al credito. Propensione all’internazionalizzazione, ubicazione geografica e settore merceologico di appartenenza possono invece essere interpretati in modo diverso da ciascun istituto: - Aziende fortemente orientate ai mercati internazi

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